Grazie a una famiglia in Italia, Pius camminerà in Uganda.
Vogliamo raccontare la storia di un grande gesto d'amore che ha portato una famiglia italiana a scegliere di farsi carico delle spese per un'operazione chirurgica che avrebbe permesso a Pius - bambino ugandese adottato a distanza dalla stessa famiglia - di camminare. (a lato, Pius prima dell'operazione - giugno '07).
Abbiamo posto alcune domande a M. A., membro della famiglia che sostiene a distanza Pius.
Come è venuto a sapere della condizione in cui si trovava Pius?
Quando ho deciso di adottare un bambino a distanza, COOPI mi ha inviato una scheda dettagliata su Pius in cui si leggeva che era disabile fin dalla nascita. E stato pero' quando ho ricevuto l'aggiornamento di luglio, al quale erano allegati anche una foto del bambino e un foglietto con un suo disegno, che ho pensato che forse per Pius avrei potuto fare qualcosa di più. Ho chiesto maggiori informazioni a COOPI e Luisa, che ha fatto per me da tramite con l'Uganda, mi ha fatto avere la diagnosi di un chirurgo italiano a Kampala, nella quale si leggeva che Pius soffre di una paralisi celebrale che provoca una tensione dei tendini del polpaccio e una contrazione dei muscoli, tale per cui il ragazzo non può muoversi, e che un'operazione chirurgica gli avrebbe dato la possibilità di acquisire il movimento delle gambe, almeno parzialmente.
Come è nato il desiderio di farsi carico dell'operazione chirurgica?
Per me e mia moglie si è trattato soprattutto della volontà di garantire a Pius uno dei suoi diritti fondamentali: quello di essere curato. Inoltre, valutando l'aspetto economico, ci è sembrato che la spesa fosse abbastanza modesta, soprattutto rispetto all'opportunità di permettere a Pius di avere una vita migliore.
Quanto è costata l'operazione?
Con un totale di 255 euro abbiamo permesso a Pius di sottoporsi all'intervento, di ricevere le protesi necessarie e di seguire programmi di riabilitazione.
Com'è andata l'operazione?
L'operazione è riuscita bene. Pius si trova ancora nella fase post-operatoria, porta dei bendaggi e sta seguendo la fase di riabilitazione. Ormai ha 13 anni, dalla sua nascita non ha mai potuto reggersi in piedi, ci vorrà quindi molto tempo e molto esercizio perché la sua muscolatura sia in grado di reggere il suo peso e gli permetta di stare in piedi. Mi dicono però che Pius si sta impegnando tantissimo eseguendo gli esercizi in modo assiduo e costante quindi l'augurio è che presto possa camminare.
Quali sensazioni si provano dopo un tale gesto?
La sensazione prevalente è la soddisfazione di aver tutelato un diritto fondamentale. Leggendo i giornali, o le stesse informazioni che riceviamo da COOPI, guardando i documentari in televisione, rimaniamo sempre molto colpiti da come l'Africa sia un continente completamente abbandonato e dal come i diritti della sua popolazione, a partire dai bambini, siano negati.
Come è nato il desiderio di adottare un bambino a distanza?
E' un'idea che io, mia moglie e i miei figli abbiamo sempre avuto. Lo scorso Natale, forse per le riflessioni che spesso ci accompagnano in particolare in questo periodo, abbiamo preso la decisione, convinti che l'adozione a distanza sia davvero una formula efficace per aiutare un bambino. Ci sembra infatti giusto dare un aiuto affinché ogni bambino possa vivere bene nel paese in cui si trova, accanto alla sua famiglia e nella sua comunità.
Qual è il significato che attribuisce all'adozione a distanza?
Noi condividiamo totalmente i principi dell'adozione a distanza: non si tratta di una formula di elemosina, che non credo sarebbe risolutrice di alcun problema, ma di un modo di garantire a un bambino la possibilità di crescere bene, di ricevere l'assistenza di cui tutti i bambini hanno bisogno durante la crescita e di avere l'opportunità di studiare per garantirsi un futuro migliore.
Pius è ospitato presso l'orfanotrofio per disabili gestito dai padri Jamaicani in Uganda; ha scelto lei di sostenere questo progetto nell'ambito di quelli disponibili?
Il nostro orientamento è sempre stato quello di aiutare un bambino di un paese africano, in quanto riteniamo che sia il continente maggiormente abbandonato. Il Paese e il progetto, però, abbiamo preferito farceli assegnare da COOPI, nonostante avessimo ricevuto tutte le informazioni sui singoli progetti che avremmo potuto sostenere.
Come ha conosciuto COOPI?
E' stato attraverso un annuncio pubblicitario sulla stampa. Proprio perché da un po' di tempo avevamo in mente di fare un'adozione a distanza, abbiamo chiamato il numero che era indicato ed è iniziata così la nostra collaborazione con COOPI.
In Uganda, anche il nostro collega Semere ha posto qualche domanda a Pius:
S: Qual è il tuo più grande desiderio?
P: Vorrei andare a scuola: non ci sono mai potuto andare e questo è quello che più desidero.
S: In che classe andresti?
P: Io voglio andare direttamente in V, senza fare le classi precedenti perché i bambini della mia età ormai frequentano la V.
S: E cosa vorresti fare da grande?
P: Vorrei essere Prete per poter aiutare le persone che hanno più bisogno.
S: Qual è oggi la tua maggiore difficoltà?
P: Andare in bagno.
(a lato, Pius dopo l'operazione - settembre '07)
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La storia di Pius: cosa significa essere disabili in Uganda
Pius è disabile fin dalla nascita. A causa della sua condizione è sempre stato emarginato, come accade il più delle volte nei quartieri più poveri in Uganda, dove le famiglie non hanno la possibilità di affrontare le spese per le cure o i controlli medici, di procurargli una sedia a rotelle per concedergli di spostarsi o di occuparsi delle cure igieniche del ragazzo. Sono moltissimi i ragazzi in Uganda che vivono completamente isolati e spesso finiscono a vivere in strada; per loro la società non prevede nessun tipo si assistenza o di attenzione.
La migliore soluzione per loro, se non è possibile sottoporsi a interventi chirurgici, sarebbe quella di frequentare scuole speciali. In questi ambienti, infatti, i bambini sono protetti da eventuali scherni e episodi di intolleranza che spesso accadono tra ragazzi e che hanno gravi effetti psicologici. Ma soprattutto in queste scuole i piccoli possono contare su un'assistenza e servizi speciali che tengono conto dei loro limiti di movimento.
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Il Centro dei Missionari della Povertà
Il Centro, gestito dai missionari Jamaicani, situato in uno dei quartieri più degradati di Kampala, in Uganda, si occupa di offrire riparo alle persone più vulnerabili, in particolare disabili, malati di aids o lebbra e bambini di strada.
Il centro ospita 135 bambini, 60 di questi possono andare a scuola grazie ai tanti donatori italiani che hanno scelto di adottare un bambino a distanza.
Una giornata al centro:
I bambini si svegliano alle 5.30, hanno il tempo per prepararsi e alle 6 ricevono la colazione.
Alle 7 si dividono in due gruppi: coloro che possono andare a scuola si recano alla Scuola Primaria Sant'Anna dove, divisi in classi a seconda dell'età e delle capacità, studiano matematica, inglese, scienze.
Coloro che rimangono al centro, dopo aver aiutato i frati a rassettare i locali del centro, a preparare il pranzo o a lavare i vestiti, possono giocare fino all'ora di pranzo. I bambini disabili, invece, hanno a disposizione un fisioterapista che attraverso specifici esercizi li aiuta a reggersi sulle stampelle o a muoversi per gli spazi.
A partire dalle 11.30 inizia il pranzo: mangiano prima i bambini disabili affinché i Frati o i loro amici possano aiutarli nel caso non riescano a nutrirsi da soli, alle 12 è l'ora di pranzo per i bambini che non sono andati a scuola e alle 13 mangiano i piccoli di ritorno da scuola.
Verso le 14, dopo un momento di preghiera, gli studenti più grandi tornano a scuola, i più piccoli e coloro che non la frequentano hanno a disposizione il pomeriggio per riposare, studiare, giocare. Anche nel pomeriggio il fisioterapista incontra i bambini disabili per esercizi volti a stendere la muscolatura, esercitare le giunture ecc.
Alle 17 viene servita la cena e dopo qualche momento di gioco i bambini si recano generalmente a dormire molto presto poiché l'indomani la sveglia è all'alba!
Sono ancora tanti bambini ospitati dal centro che non possono andare a scuola e attendono il sostegno di un donatore italiano che possa farsi carico delle spese di istruzione. I missionari, infatti, non possono affrontare le spese per pagare la retta scolastica, comprare scarpe e uniformi, i testi scolastici e penne e quaderni. Riescono appena a garantire loro un riparo per la notte e il cibo. E' proprio grazie alla collaborazione con COOPI e ai sostenitori italiani che 60 dei loro bambini oggi possono andare a scuola: un numero che, naturalmente, ci auguriamo possa crescere in fretta fino a dare a tutti la stessa possibilità.
Contribuisci ad aumentare la cifra,
adotta a distanza un bambino ugandese!
7 novembre 2007
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Nel Sud del mondo 150 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, 6000 ogni giorno contraggono l'HIV/AIDS, oltre 120 milioni non possono andare a scuola e migliaia sono vittime di sfruttamento o violenze. Questa situazione può cambiare, attraverso l'impegno di ciascuno di noi.
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COOPI ha partecipato alla trasmissione di Raffaella Carrà
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