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L'ESPERIENZA DI DANIELE GRIVEL, OPERATORE DI COOPI IN SIERRA LEONE


Mi chiamo Daniele Grivel e ho lavorato per due anni in Sierra Leone nel distretto di Kono, con sede nella città di Koidu, la zona dei diamanti, nella quale la guerra è terminata soltanto alla fine del 2002.
Sono stato il responsabile di progetto per l'area diritti umani, violenza sessuale e violenza contro le donne.
Le beneficiarie del progetto sono ragazze e giovani donne che, durante il conflitto sono state vittime di torture ed abusi, e che ancora adesso stanno subendo le conseguenze della guerra.
Molte delle ragazze nostre beneficiarie hanno vissuto esperienze drammatiche da adolescenti, o in età persino piu' giovane. Durante la guerra venivano rapite, portate via dai villaggi assediati e distrutti dai ribelli e portate nel bosco. Venivano rese vere e proprie schiave, totalmente in balia dell'umore e delle violenze dei soldati ribelli. Violenze sessuali e di altro tipo si ripetevano ai loro danni.
Alcune di loro diventavano soldatesse: per dimostrare fedeltà e valore ai loro comandanti (che diventavano quasi degli eroi a loro occhi) dovevano diventare ribelli. Sotto l’effetto di droghe, erano costrette a tornare nei rispettivi villaggi, uccidere i proprio genitori e parenti e distruggere qualunque cosa rappresentasse un legame con la loro vita da persone libere.

Questo è un accenno a quello che molte delle ragazze hanno raccontato di aver subito durante la guerra. Oggi, a 4 anni dal termine del conflitto, queste donne vivono le gravi conseguenze delle esperienze vissute. Molte donne dei villaggi ci hanno raccontato che si aspettavano un vero miglioramento delle loro condizioni dopo la fine dei combattimenti, ma i villaggi sono ancora poveri e la loro situazione di donne non è veramente tutelata.
La violenza sessuale continua all'interno delle mura domestiche e all'interno del matrimonio: lo stupro della propria moglie non è considerato reato e le percosse da parte di un uomo contro componenti della propria famiglia sono assolutamente normali.
Molte ragazze che sono costrette a prostituirsi invece di essere pagate sono picchiate dal loro cliente. Una ragazza ci raccontava che per poter cercare clienti la notte, è costretta ad addormentare suo figlio di 4 anni con sonniferi e, a causa di rapporti non protetti, adesso aspetta un altro figlio, non sa neanche lei da chi...
Un'altra è arrivata all'ospedale senza tre denti perché l'uomo che le doveva dei soldi, alla sua richiesta di restituirglieli, ha reagito buttandola per terra, prendendola a calci e a pugni sino a quando altre donne lo hanno allontanato.

Con COOPI una delle attività che ha mostrato maggior successo dal punto dei vista del miglioramento effettivo della vita delle ragazze è stata la possibilità di operare, in collaborazione con la ONG Mercy Ship, quasi 50 donne affette dalla cosiddetta VVF (vagino-vescico-fistula).




Si tratta di una conseguenza dei rapimenti effettuati durante la guerra.
Molte delle donne e bambine rapite e violentate dai ribelli sono rimaste incinte e sono state costrette a partorire nel bosco senza un’adeguata assistenza sanitaria. Spesso, le complicazioni durante la gravidanza o il parto in tali condizioni, ha provocato lesioni sia dell'utero sia della vescica, rendendo le donne totalmente incontinenti.

Alla fine della guerra, una volta tornate nei propri villaggi, queste ragazze e donne sono state completamente escluse dalla loro comunità: allontanate da casa dai mariti che non volevano piu' dormire o vivere con loro, senza la possibilità di usufruire dei trasporti pubblici ( poda poda, come vengono chiamati i bus che trasportano persone), o di frequentare luoghi pubblici comprese chiese e moschee. Una delle ragazze operate ci ha raccontato che quando andava in chiesa, dopo pochi minuti vedeva la gente che piano piano si allontanava da lei a causa del cattivo odore, invitandola a uscire per permettere agli altri di rimanere.
Le infermiere di Mercy Ship ci hanno raccontato che le ragazze in corsia, una volta operate, appena vedevano il personale dell'ospedale alzavano la camicia da notte per mostrare che le loro mutande erano asciutte, giorni e giorni asciutte. Dopo l’operazione sono potute tornare a casa e iniziare una vita socialmente normale circondate dall’affetto dei familiari.

In Sierra Leone si dice "we forgive but we did not forget". (Abbiamo perdonato ma non abbiamo dimenticato).
Dopo la guerra il governo ha iniziato un processo di pacificazione nazionale: ribelli e civili hanno ricominciato a vivere nella stessa terra, condividendo gli stessi luoghi.
Una nostra vicina di casa ci ha raccontato come durante la guerra avesse rischiato piu' volte di essere uccisa, ma che si era salvata perché quel giorno i ribelli avevano deciso di “essere buoni” o perché avevano deciso di rapire soltanto i bambini o perché era riuscita a scappare.
Poco tempo fa le è capitato di “farsela addosso”, come ci ha detto lei, perché in strada ha ricevuto un passaggio in taxi dall'uomo che aveva ucciso suo marito e uno dei suoi figli.
In questa occasione ci ha ripetuto quella frase: lei ha perdonato, ma non ha dimenticato.

A volte mi chiedo che significato abbia questo perdono: se sia realmente possibile o se nasconda sotto un velo di tranquillità una situazione che puo’ esplodere da un momento all’altro anche e solo perché vieni a sapere che degli assassini, persone da cui scappavi fino a qualche mese fa o che qualche anno fa ti hanno rapito, oggi vivono accanto a te, a tre case di distanza.
 
Aprile 2006


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